Adriano Sofri, riconosciuto come mandante dell’omicidio del commissario di Pubblica Sicurezza dr. Luigi Calabresi (nella foto) avvenuto il 17 maggio 1972, dopo aver scontato 22 anni di condanna è un uomo libero. Sabato 14 gennaio scorso il Magistrato di Sorveglianza di Firenze avrebbe emesso l’ordinanza con cui è stata accolta l’istanza di Sofri (giornalista brillante e saggista di talento) di concessione della liberazione anticipata (ex art. 69bis Legge 26 luglio 1975 n. 354, sull’Ordinamento Penitenziario [O.P.]), beneficio concesso a chi abbia dato prova di «di partecipazione all’opera di rieducazione» che si concreta in uno “sconto” di 45 giorni per ogni semestre di pena scontata. Sofri era già da tempo in detenzione domiciliare per motivi di salute (ex art. 47ter O.P.): leader storico di “Lotta Continua” bellicosa (specie con le parole) formazione extraparlamentare di estrema sinistra, venne condannato nel 1997 in via definitiva per l’assassinio del dr. Calabresi a 22 anni di reclusione insieme a Giorgio Pietrostefani (latitante in Francia) e Ovidio Bompressi (graziato nel 2006) in seguito alla testimonianza di Leonardo Marino, correo confesso. La vicenda del dr. Calabresi si lega indissolubilmente alla morte di Giuseppe Pinelli, avvenuta il 15 dicembre 1969 alla Questura di Milano, dove precipitava da una finestra del quarto piano durante un interrogatorio. L’anarchico era stato fermato come sospettato per la strage di Piazza Fontana, a Milano, dove il 12 dicembre del 1969 scoppiò una bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Una prima inchiesta (per cui che trattavasi di morte accidentale venne chiusa, nel maggio del 1970, dal dr. Antonio Amati con una archiviazione. In seguito a una denuncia presentata dalla vedova di Pinelli nel 1971, si apriva una seconda inchiesta, condotta dal giudice istruttore dr. Gerardo D’Ambrosio che si concludeva nell’ottobre del 1975 con il proscioglimento del dr. Calabresi (e non solo) da ogni accusa (e nella sentenza si legge che egli non fosse neanche nella stanza dalla quale cadde Pinelli). La morte dell’anarchico milanese rimane però avvolta nel mistero, e l’ipotesi del “malore attivo” (per tacere quella, inizialmente propalata, del suicidio) lascia alquanto perplessi. Nel frattempo però scatenava una massiccia e violentissima campagna denigratoria contro il dr. Calabresi, orchestrata dalla sinistra radicale e sostenuta dalla sinistra ufficiale, e da ampi settori della cultura italiana con tanto di lungometraggi (di registi come Elio Petri) e opere teatrali (“Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo). “Lotta Continua”, con il suo giornale omonimo, si pone veemente alla testa di questo vero e proprio movimento di odio, additando il commissario Calabresi come responsabile della morte di Pinelli (lo avrebbe personalmente buttato dalla finestra, altra ipotesi che lascia ancor oggi basiti), tanto che il funzionario di P.S. querelava per diffamazione l’illustre giornale sopra citato. Il più ancor illustre settimanale “L’Espresso” si univa al coro, con una lettera/appello redatta/o da Camilla Cederna (giugno 1971) che bollava il dr. Calabresi come torturatore ed assassino, e che veniva sottoscritta da circa 800 “autorevoli” firme dei c.d. “intellettuali”. L’ultima firma veniva aggiunta – con il sangue - il 17 maggio 1972 davanti l’abitazione del commissario. In una intervista del 2009 al “Corriere della Sera” Sofri si è assunto la corresponsabilità morale dell’omicidio. Gli fa onore, così come bisogna riconoscere come egli abbia sempre protestato la propria innocenza e, contestualmente e conseguentemente, abbia sempre rifiutato di avanzare personalmente domanda di grazia. Ma per la giustizia italiana Adriano Sofri è un assassino, e non il dr. Calabresi, essendo stato quest’ultimo dichiarato innocente per la (tragica e – si ripeta – sospetta) morte del Pinelli. Rispettiamo Sofri: ha pagato il suo debito con la società e può fare ritorno serenamente nel consesso sociale, ma – a nostro modesto avviso - la vittima in questa triste vicenda rimane Luigi Calabresi, medaglia d’oro al valor civile e – a nostro ancor più sommesso avviso – eroe della Repubblica. |