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Eichmann, l'arte e le vittime dei reati ... ovvero l'eterna "banalità del male"
del 02-12-2011
di Rodolfo Capozzi




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Che cosa c’entrano Adolf Eichmann (nella foto) criminale di guerra nazista (rapito, processato e mandato a morte in Israele nel 1962), la «Banalità del male» celebre saggio di Hannah Arendt pubblicato nel 1963, e l’arte (intesa anche come “percorso di rinascita per la donna”) e la tutela della vittima e la garanzia dell’imputato nella più recente normativa dell’Unione Europea? Lo sapreste, se aveste partecipato all’happening (non sappiamo trovare termine più adatto) organizzato (e generosamente pagato) ieri presso la Sala “Don Luigi di Liegro” presso Palazzo Valentini, prestigiosa sede della Provincia di Roma da “Romae” società di eventi della Capitale (insieme ad altri sponsor) con la regia “giuridica” della Associazione forense “Ius ac Bonum” di Roma (di cui lo scrivente è, come sa chi segue questa rubrica, segretario [www.iusacbonum.it]), presieduta - con fascinosa determinazione - dalla collega Arianna Agnese,. Il programma dell’evento si articolava nella presentazione di un saggio intitolato «La tutela della vittima e le garanzie dell’imputato» scritto dalla stessa vulcanica Arianna Agnese, dal collega Gabriele Fuga e dal dr. Piero De Crescenzo, Presidente della I Sezione penale del Tribunale di Roma, con introduzione del dr. Ernesto Lupo, Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione, che ci faceva l’alto onore – insieme al Presidente della Corte di Appello di Roma, dr. Giorgio Santacroce – della sua presenza e di introdurre il volume (edito dalla “Aracne” casa editrice specializzata in pubblicazioni giuridiche: www.aracneeditrice.it). Il titolo dell’incontro, “Ascolto e tutela delle vittime del reato violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia, atti persecutori (“stalking”)”, faceva indirettamente riferimento al centro di ascolto (presto di “informazione”) per le vittime di tali gravi reati realizzato dalla Associazione “Ius ac Bonum” che offre una prima immediata consulenza gratuita legale (occorre telefonare allo 06-64521759). Il volume presentato nasce da un convegno dello scorso 24 giugno, organizzato sempre da “Ius ac Bonum” presso l’Aula Magna della Corte di Cassazione alla presenza del dr. Lupo, dove veniva «constatata e lamentata la mancata attuazione della decisione quadro del Consiglio europeo 2001/220/GAI del 15 marzo 2001 … relativa “alla posizione della vittima nel procedimento penale» come scrive lo stesso Primo Presidente nella sua introduzione. La negletta decisione quadro in questione veniva (nei propositi) sostituita da una proposta di direttiva “comunitaria” su “norme minime riguardanti i diritti, l’assistenza, e la protezione delle vittime di reato” del 18 maggio 2011, a cui «si collega, nel settore civile, la proposta di regolamento relativo al “riconoscimento reciproco delle misure di protezione in materia civile”», ed i due progetti «sono preceduti … da una comunicazione della Commissione europea sul tema “rafforzare i diritti delle vittime nell’Unione europea». Ed in soccorso delle vittime corre anche l’arte, nella forma delle sculture della nota artista Anna Izzo, esposte in tutta la loro beltà nella Sala “Di Liegro” (chissà lo stesso avrà pensato dal Paradiso?); arte intesa anche come un vero e proprio percorso di rinascita per le donne vittime della crudeltà degli uomini (e non solo). Ed Eichmann, direte voi? A ricordarci, che oltre alle vittime, “vulnerabili” possono essere anche gli accusati, nei processi relativi ai crimini di cui sopra, ci ha pensato il dr. De Crescenzo. Lo ha fatto – con grande coraggio intellettuale - citando un passo de “La banalità del male” lo sconvolgente reportage della filosofa (ebrea) Hannah Arendt sul processo a quello che viene riconosciuto (con Heydrich ed Himmler) uno dei principali organizzatori dello sterminio degli ebrei (e non solo) durante la seconda guerra mondiale, appunto Eichmann. Bene, anch’egli fu in qualche modo “vittima” (questo lo sosteniamo immodestamente noi, e non l’illustre magistrato) del suo processo: non solo perché venne rapito in Argentina e tradotto clandestinamente in Israele, ma soprattutto perché ebbe un processo certamente “giusto”, moralmente parlando, ma non equo – giuridicamente argomentando - in quanto contraddistinto da una difesa (offerta dall’avvocato Robert Servatius di Colonia) titubante, timida e piena di timore reverenziale (e, forse, di senso di colpa) verso il collegio giudicante …

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