Il lavoro in carcere è un’ottima iniziativa: purché non si tratti dei lavori forzati inflitti a Paul Newman/Nick Jackson, ovvero “Nick mano fredda” (nell’omonimo film del 1967 diretto da Stuart Rosenberg, “Cool Hand Luke”, di cui alla foto), pratica ancora diffusa in diversi stati negli U.S.A. Nel Belpaese, culla (teorica) della “risocializzazione del reo”, invece, investire sul lavoro carcerario abbatterebbe non solo la recidiva ma anche i costi dello Stato per il mantenimento dei detenuti/internati (secondo i dati propalati da Il Sole24Ore: un punto di recidiva in meno significa risparmiare qualcosa come 51 milioni di euro). Con la c.d. “Legge Smuraglia”, ovvero la Legge 22 giugni 2000 n. 193 «Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti», nel 2010 venivano assunti da cooperative sociale 518 detenuti, mentre 348 lavoravano presso società private; con i “semiliberi” (ovvero coloro che godono del regime di semilibertà ex art. 48 Legge 26 luglio 1975 n. 354 sull’ordinamento penitenziario) e con coloro che invece godono dei privilegi di cui all’art. 21 (della citata L. n. 354/75) sul lavoro diurno all’esterno, i reclusi “occupati” erano circa 2mila (più quasi 3.600 che seguivano corsi di formazione professionale). Pochi, certo, rispetto agli attuali 67.248 detenuti, ma sempre meglio di niente. I fondi per incentivare il lavoro dei “rei” (la definizione è processual-penalistica, e non moralistica) sotto forma di sgravi fiscali alle cooperative ed alle imprese, sono esauriti già da giugno e un eventuale rifinanziamento non pare essere in cima alle priorità del Governo e del Neo-Guardasigilli, Senatore Francesco Nitto Palma. Ecco, dunque, un altro aspetto paradossale della dibattuta emergenza carceraria in corso. L’emergenza in parola si lega indissolubilmente alle istanze di sicurezza sociale, avanzate periodicamente dall’opinione pubblica. Al contrario di altri colleghi penalisti (specie quelli – meno di quanto si creda - iscritti alle Camere Penali) noi abbiamo a cuore tali istanze, e non le derubrichiamo come una sorta di «ossessione “securitaria” strumentalizzata dalle forze politiche di centro-destra per scopi di tornaconto elettorale», alimentata indirettamente da una «preoccupazione nevrotica per la sicurezza della proprietà e dell’integrità personale» di stampo anglosassone, che starebbe alla base dell’ideologia della “tolleranza zero”, come chiosano Fiandaca e Musco. Ciò premesso, militiamo umilmente per una “intolleranza intelligente” verso il crimine, e ci chiediamo se non abbia più senso rifinanziare la Legge Smuraglia piuttosto che costruire nuove carceri, onde raggiungere quegli obiettivi di contenimento dei reati e della recidiva (con correlati danni alle persone offese degli stessi), condivisi – si spera - anche dalle Camere Penali e da Fiandaca-Musco. |